Estratto Romanzo “La leggenda di Nanoà – Il figlio del re” di Luca Decembri

Estratto del romanzo di Luca Decembri, vincitore al Concorso Letterario "Autore di Te Stesso" 2012 nella Sezione Inediti, organizzato da Recensione Libro.it.
Estratto Romanzo “La leggenda di Nanoà – Il figlio del re” di Luca Decembri

Estratto del romanzo “La leggenda di Nonoà – Il figlio del re” dello scrittore Luca Decembri, vincitore al Concorso Letterario “Autore di Te Stesso” 2012 nella Sezione Inediti, organizzato da Recensione Libro.it.

“La leggenda di Nonoà – Il figlio del re”

Nei miei ricordi, tutto cominciò un pomeriggio al Prato.

Io e i miei amici eravamo saliti fino al Prato per giocare di nascosto. Mentre tutti pregavano, noi tre combattevamo con i bastoni; nel frattempo stavamo attenti che nessuno venisse lassù, perché se ci avessero scoperti, ci avrebbero certamente puniti. Duellammo a lungo, poi mi sedetti per riposarmi, ma all’improvviso una voce alle mie spalle esclamò:
«Salve!»
Noi corremmo a nasconderci dietro le pietre, ma quando alzammo la testa ci accorgemmo che chi aveva parlato era un uomo altissimo, con un lungo abito a falde simili a piume scure. Portava un grande cappello come i signori della valle e aveva una maschera che gli copriva tutto il volto tranne la bocca: sembrava un gallo senza becco.
«Cosa vedo? Tre giovani guerrieri!» disse con una voce da gatto.
Noi restammo in silenzio; lui ci guardò negli occhi.
«Tre giovani guerrieri che hanno perso la lingua!» disse.
«Sei Bastiano, il fabbro?» domandai, credendo di riconoscerne la voce.
Bastiano era temutissimo dai ragazzi, perché dava degli sbucciaconiglio così forti da farti la riga in mezzo ai capelli.
L’uomo prese le falde del suo abito e in un attimo se le sistemò sulle braccia, fino a sembrare grosso come Bastiano.
«Eccomi qua! Non siete venuti alla messa e sarete puniti!» disse imitando la sua voce. Capimmo che scherzava e ridemmo; lo sconosciuto rise con noi e si tolse la maschera, mostrando un volto straniero.
«Chi sei?» chiedemmo.
«Sono un buffone girovago, tutti mi chiamano il Gallo e vado di città in città, per divertire le folle e alzare tre soldi.»
Noi restammo in silenzio e lui disse:
«Io mi sono presentato, ma voi giovani guerrieri? Posso sapere chi siete?»
A questa domanda ci fu un po’ d’imbarazzo, perché io e i miei amici avevamo due nomi: quello datoci dalle nostre famiglie, e un secondo nome che ci eravamo dati a vicenda. Decidemmo di presentarci con quelli ufficiali: Del Savio, Farrano, Estrelli.
«Onorato di fare la vostra conoscenza. Adesso però ditemi i vostri veri nomi.»
Come poteva sapere dei nostri veri nomi? Ci guardammo stupiti e infine ci presentammo di nuovo.
«Io sono il Matto.» dissi.
«Io mi chiamo il Gobbo.»
«E io il Diavolo.»
«Molto piacere. Adesso voglio farvi un’altra domanda: siete amici?»
«Sì!» rispondemmo all’unisono.
«E sareste pronti a giurare sulla vostra amicizia?»
«Certo!»
«Allora giuriamo su questa amicizia! Mettete le mani una sopra l’altra! Su questa pietra!»
Il Diavolo fu il primo a metterla, subito imitato da me e dal Gobbo. Lo straniero mise sopra le nostre la sua mano grande e fredda.
«Giurate di essere sempre fedeli gli uni agli altri?»
«Giuriamo.» rispondemmo noi, un po’ titubanti.
«Dovete gridare!» disse lui lo.
“GIURIAMO!» gridammo con forza.
«Di aiutarvi sempre e comunque?»
«GIURIAMO!» gridammo con ancora più foga.
«Di non abbandonarvi mai, anche nei momenti più bui, anche a costo della vita?»
«GIURIAMO!»
«Possa il giuramento rendervi forti; se lo rompete, che possa dannarvi!» disse il Gallo e tra le sue mani apparve un enorme pugnale. Appena lo vedemmo, tutti e tre cercammo di levare la mano, ma lo straniero non ci lasciò andare. Il pugnale si levò alto. Io chiusi gli occhi e sentii la lama attraversarmi la mano; quando lo straniero ci lasciò liberi e tutti e tre ci buttammo a terra e ci accorgemmo che le nostre mani erano intere e vedemmo il Gallo allontanarsi ridendo.
«Era uno scherzo!» gridò, mostrandoci la lama del pugnale che si ritirava nel manico «Il vostro giuramento, quello no! Ricordatelo!»
Io e i miei amici restammo a guardarci, come se fosse stato tutto un sogno. Dopo sentimmo il suono della campana che annunciava la fine della messa e scendemmo di corsa nella piazza principale.
Il giorno seguente mio padre mi disse che due boscaioli, sull’orlo di un burrone, avevano trovato una sacca da viaggio con dentro delle maschere, un abito scuro e un cappello. Il suo corpo non fu ritrovato: si pensò che lo avessero mangiato i lupi.
Quando rividi il Gobbo e il Diavolo, ne parlammo tra di noi: tutti e tre pensammo che il Gallo non fosse caduto nel burrone, ma che avesse fatto uno scherzo ai nanoesi.
Il giuramento, però, non era uno scherzo: era un patto sacro.

Ancora oggi, dopo tanti anni, per me è sempre valido.