Recensione Libro.it intervista Massimo Boyer autore del libro “Scilla – Storia di uno squalo bianco”

Intervista allo scrittore Massimo Boyer.
Recensione Libro.it intervista Massimo Boyer autore del libro “Scilla – Storia di uno squalo bianco”

1. Per iniziare… raccontaci qualcosa di te, qualcosa che vorresti che i nostri lettori sapessero prima di entrare in contatto con il libro che hai scritto.

Come formazione sono un biologo marino e un fotografo subacqueo. Mi piace raccontare quello che succede sott’acqua, in termini scientifici, ma soprattutto mi dà soddisfazione raccontarlo alla gente comune. Questo amore per l’educazione e la divulgazione mi porta a collaborare con l’Università Politecnica delle Marche e con riviste del settore sub – attualmente sono scientific editor di Scubazone. Inoltre sono direttore tecnico di un’agenzia viaggi, nella quale curo in particolare il settore viaggi subacquei, con molta attenzione per gli aspetti naturalistici. Ho vissuto molti anni in Indonesia, lavorando in attività turistiche legate alla subacquea, insomma, non sono esattamente un animale da biblioteca.

2. Dovendo riassumere in poche righe il senso del tuo libro “Scilla – Storia di uno squalo bianco” cosa diresti?

Due storie si intrecciano, per arrivare a un finale comune. Scilla, lo squalo, si porta nei mari italiani obbedendo a un richiamo millenario e a un bisogno fisiologico, quello di partorire in acque tranquille. I ripetuti avvistamenti all’inizio della stagione balneare gli valgono la nomea di mostro sanguinario. L’altro personaggio, Gabriele Vargas, biologo, si adopera invece per farne un ambasciatore degli squali, perseguitati e sterminati dall’uomo. C’è un poco di provocazione, nel prendere le parti di un “cattivo” per eccellenza, c’è soprattutto la necessità urgente di cambiare la percezione comune dello squalo.

3. Il libro è dalla parte degli animali, uno squalo in questo caso, che diffonde terrore nelle persone, ma di cui si vuole dare un’immagine diversa parlando anche del loro rischio di estinzione. Quanto studio c’è alla base del tuo romanzo?

Come ho detto io nasco come biologo marino. C’è tanto studio, tanto approfondimento, ma diciamo pure che parlo di cose che conosco bene. Mi piace scrivere di cose che conosco, in generale.

4. Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo il tuo libro? Quale significato non del tutto esplicito vorresti potesse cogliere?

Credo che il significato più importante del libro sia il tentativo di sensibilizzare la gente verso il rischio di estinzione degli squali, che potrebbe avere conseguenze ecologiche inimmaginabili. Mi piacerebbe, come dice Gabriele Vargas, riuscire ad arrivare anche ai non subacquei, mi piacerebbe che qualcuno che non si interessa in particolare di ambiente marino, che non fa immersioni subacquee e che non ha mai sentito parlare di zuppa di pinne di squalo leggesse Scilla e alla fine della lettura provasse un poco di simpatia verso questi animali meravigliosi.

5. Cosa si può fare, secondo te, per evitare che l’uomo con i suoi interventi dediti al progresso e contemporaneamente alla distruzione, metta in atto un piano di estinzione più o meno consapevole?

È difficile fare un piano di azione: gli squali sono rari, la loro carne non ha grande valore, non vale la pena di impostare una pesca industriale su di loro, ma il più delle volte sono catturati come by-catch, sono cioè prede accidentali. Il peschereccio che esce per prendere tonni e pesci spada arrotonda il bilancio con gli squali, e tiene solo le pinne che sono facili da stoccare e valgono molto sui mercati asiatici, dove sono usate per preparare la zuppa tradizionale. Si potrebbe pensare di mettere in atto dispositivi che permettono selettivamente agli squali di evitare reti e ami, ma prima di questo bisogna sensibilizzare l’opinione pubblica. Bisogna che qualcuno si prenda a cuore la vicenda degli squali. Come dice Sergio Siri, uno dei personaggi del mio romanzo, bisogna procedere per piccoli passi.

E soprattutto bisognerebbe cambiare l’atteggiamento dei media, che trovano molto più facile accusare a priori il mostro di voler compiere stragi piuttosto che cercare di approfondire, instillando nei lettori l’idea che tutti gli squali siano cattivi e che non sarebbe poi così negativo eliminarli.

6. Qual è il romanzo che ha “rivoluzionato” la tua vita conducendoti alla scrittura?

Inizio ogni capitolo di Scilla con una citazione, che spesso vuole essere un piccolo omaggio a opere letterarie che mi hanno influenzato. Vorrei comunque citare qui due influenze importanti.
Ho ritrovato il mio stesso amore per il mare e per i suoi abitanti, descritto in modo mirabile, con uno stile visionario e pittorico, nel libro La vita sommersa di Gould, di Richard Flanagan: romanzo che consiglio caldamente a chiunque ami il mare e i suoi abitanti.

Una volta, guardando in TV un’intervista a Ernesto Ferrero, gli ho sentito dire che l’immagine ha sempre due dimensioni mentre la parola può essere tridimensionale: forse questa è stata la spinta decisiva per mettermi a scrivere, partendo da una lunga esperienza come fotografo, autore di molte immagini apprezzate nell’ambito dei subacquei ma sempre irrimediabilmente bidimensionali…

7. Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

È troppo facile citare Lo Squalo di Peter Benchley, da cui è tratto il film di Spielberg… me l’hai servito su un piatto d’argento! In realtà per me questo romanzo è solo un simbolo, e nemmeno il peggiore, di tanta letteratura che fa dello squalo un mostro. Leggeteli, non voglio ergermi a censore, ma fatelo sempre con capacità di giudizio e un pizzico di sana ironia: lo squalo non è un mostro assetato di sangue umano, anzi, l’uomo non gli piace proprio.

8. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…

Quanto di visuale c’è nel tuo modo di scrivere, e quali sono per te le differenze e i punti di contatto tra la scrittura e la fotografia?

Credo che il mio modo di scrivere sia molto visuale, qualcuno lo ha definito cinematografico. Sicuramente l’abitudine a costruire delle storie partendo dalle immagini fotografiche, come faccio abitualmente quando scrivo articoli per le riviste, mi influenza molto. Nel mio romanzo racconto tutto al presente, proprio per creare un maggior coinvolgimento del lettore, per gettarlo dentro alle immagini, alle percezioni sensoriali dei personaggi.

Vargas racconta in prima persona, per lo squalo ho scelto una pseudosoggettiva in seconda persona, come se la vicenda fosse narrata da un’ipotetica voce che lo segue: questo per evitare di umanizzarlo troppo, e al tempo stesso per trascinare il lettore a vedere attraverso i suoi occhi, a provare le sue sensazioni, le sue esperienze sensoriali. Venendo dal mondo della fotografia mi viene naturale scrivere come se raccontassi delle immagini, la differenza è che scrivere dà un grado di libertà in più: sono io a modellare l’immagine, se voglio posso rifarla.

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