Recensione Libro intervista Rodolfo Viezzer autore del libro “L’uovo”

Intervista Rodolfo Viezzer autore del libro “L'uovo”.
Recensione Libro intervista Rodolfo Viezzer autore del libro “L’uovo”

1. Per iniziare… raccontaci qualcosa di te, qualcosa che vorresti che i nostri lettori sapessero prima di entrare in contatto con il libro che hai scritto.

Se mi si permette vorrei fare un gioco con il lettore. Vorrei che non sapesse nulla di me se non pochi dati autobiografici. Non vorrei divulgare troppe informazioni a riguardo della mia visione delle cose piccole e grandi. Qual è il gioco?
Vorrei che si cominciasse a leggere con pochi dati, non vorrei che sapessero ciò in cui non credo e cosa invece per me risulta di importanza capitale.

Se è vero che scrivere è una sorta di terapia intellettuale, vorrei tanto che arrivati alla parola fine, siano i lettori a dire chi io sono. Lo farebbero molto meglio di quanto io possa mai farlo.
Cosa posso dire per non rompere il gioco? Che sono italiano e tedesco e che mi destreggio tra i due mondi. Che a dispetto della globalizzazione permangono differenze sostanziali tra le due culture. Una delle due ad esempio è riuscita a fare meglio i conti con la storia. Italiano e tedesco lo sono di nascita, non per merito mio per così dire.

Un altro mondo ed un’altra cultura forse straordinariamente più profondi in me, perché frutto del caso e della scelta sono quelli sudamericani. Compreso l’idioma. Compresa la vicinanza unica a ciò che sono importanti, la terra, l’amore, i sentimenti fortissimi. Temi sbiaditi nel vecchio continente, forse mai cosi profondamente presenti. È una resistenza, una disperata lotta contro l’appiattimento del mondo in uno solo, nel quale conta solo il pil e dove ogni popolazione che si frapponga al suo completo sviluppo viene spazzata via fisicamente o virtualmente.

La cultura sudamericana come molte altre culture che mettono al centro la madre terra e che fanno fatica ad adattarsi ai tempi che corrono, sono forse l’unica risorsa rimasta al pianeta per non morire e già è troppo tardi. Mi accorgo che ho già manipolato il gioco, già ho detto troppo!

2. Dovendo riassumere in poche righe la trama dell’opera “L’uovo” cosa diresti?

“L’uovo” è “L’uovo”. Non parla di speranza, ma di come sia stupido lasciarsi scappare la vita. Il maggior urlo nell’istante della morte sarà di disperazione, non per la morte stessa, ma nemmeno per esserci, con nostra grande sorpresa arrivati così rapidamente. Ma per aver preso troppo sul serio il nostro destino quando ci appariva crudele e di averlo ignorato quando ci era propizio.

“L’uovo” è un inno alla Terra morente. Un inno alla nostra umanità. È un inno alle chance che incontriamo nel corso della nostra vita. È un rimpianto delle cose non fatte, delle persone non amate, delle cose non dette in tempo, delle occasioni perse arrivando un troppo tardi, magari di un secondo. È tutto questo, ma è anche la consapevolezza che anche l’ultimo secondo che ci resta qui e adesso, possa bastare, sia sufficiente.

La tragedia nera che sta dietro alle occasioni perse si trasfigura nella gioia dei colori propria dell’umanità. Il vero dramma è morire senza aver vissuto, questo ci condanna all’eterna oscurità ancor prima di morire. La morte per chi non ha vissuto non è vera morte. Per chi invece non ha seguito sempre le regole e per questo ha vissuto, per costoro la morte è un ennesimo motivo di curiosità e di scommessa.

3. Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere quest’opera che mostra l’importanza di ricominciare dopo che il Male ha contaminato tutto?

Sinceramente non lo so.
So che un giorno che mi trovavo in un bar, seduto ad un tavolo in fondo al locale cominciai a scarabocchiare qualcosa con una matita su un tovagliolino di carta. Mi succede spesso di scrivere piccole idee e sprazzi di pensiero su fogli di carta, anche su quella igienica. Normalmente scrivo di getto poche righe e poi mi succedono due cose. O rileggendole il giorno dopo le trovo ancora interessanti e così ci aggiungo altre poche righe o le trovo noiose e non se ne fa nulla. Evidentemente questo romanzo essendo arrivato alla parola fine era del primo tipo.

4. Cosa vorresti che il lettore cogliesse entrando in contatto con le parole del tuo libro?

È forse un appello, forse uno degli ultimi. Vorrei che ci ricordassimo che siamo tutti qui su questo pianeta e che per il momento non ce ne sono altri dove possiamo espatriare. Lo stiamo trasformando in un’immensa discarica abusiva.

Vorrei che imparassimo a rallentare e a ragionare con il cervello. La storia è piena purtroppo di periodi storici più o meno lunghi durante i quali i cervelli non hanno funzionato. Spegnerli è una delle esercitazioni più facili per chi sa gridare forte, per chi sa accendere gli istinti, per chi fa dipendere le nostre decisioni dagli impulsi irrazionali. Crediamo tutti di decidere e di vivere nel più perfetto dei mondi, ma è un’illusione allucinante.

Prendiamo un foglio di carta e dividiamolo in due con una penna. A destra scriviamo le cose positive e a sinistra le negative o viceversa. Se usassimo il cervello e la ragione sappiamo già da quale parte l’inchiostro ricoprirà maggiormente il foglio. Possibile che dobbiamo aspettare di essere schiavi di un sistema che permette solo di comprare e produrre, di essere ridotti sempre più ad un essere automatico al quale non rimane più il tempo di interessarci alle cose gratuite, dobbiamo arrivare a tanto per accorgercene?

Tutti tendiamo a credere che produrre all’infinito e possedere un po’ più di denaro ci renda felici, quasi più nessuno si rende conto che i pensieri nobili, umanistici, gli unici virtuosi stanno quasi scomparendo dalle nostre menti. Per mancanza di tempo. Il tempo della nostra vita oziosa sta scomparendo, e i pochi poeti umani rimasti lo fanno di nascosto.

5. “L’uovo” è un libro che mostra la necessità di recuperare il Bene assoluto. Cosa può fare l’uomo per tornare a godere di questo valore assoluto sconfiggendo il Male?

Come spesso accade la scrittura di un libro ti modifica. Se all’inizio anche io avrei parlato di recupare il Bene, ad un certo punto mi sono reso conto che non è esattamente quello in cui credo. Un libro va sempre riletto come se fosse di un altro. Credo ora che il Bene e il Male non siano mai esistiti disgiunti. Non possiamo recupare il Bene forse perché non c’è mai stato. Se nel Paradiso, il luogo perfetto per eccellenza, non ci fosse stato una seppur piccola traccia di Male, questo non si sarebbe mai potuto espandere. Non ci sarebbero mai state guerre. Nessuno avrebbe mai sviluppato una fantasia tale da uccidere il fratello.

Forse non possiamo sconfiggere il Male e recupare il Bene. Questa è la verità. Al più forse ci è permesso di non perdere troppe battaglie. Già dire “sconfiggere il Male” sembra volerci far credere che dobbiamo lottare, una lotta terribile e bestiale, magari con l’uso di metodi violenti. Forse dovremmo cercare di non lottare contro il Male, ma di impegnarci in silenzio e ogni giorno per il Bene. Forse così abbiamo una possibilità di non finire male.

Un’altra possibilità è di non affidarsi più alla speranza, invenzione per i polli che vengono portati al macello. Dopo millenni di speranze inattese è ora di svegliarsi e di non aspettare il mondo migliore dopo la morte, di qualunque tipo essa sia. Praticate il Bene, ma fatelo adesso, non fatevi assolvere dai mancamenti, ma fate il Bene e basta!

Se un Male esiste è quando un essere usa un’intelligenza superiore per fregare a corto o lungo termine un prossimo meno intelligente. È la forma più spregevole. Non vi è nulla di peggio di chi crede di spiegare profanamente o teologicamente come stiano le cose “veramente” parlando in modo incomprensibile. Questo avviene quasi sempre stravolgendo la logica. Il Male è ad esempio battezzare i cannoni che stanno partendo per il fronte. Da Ciò ci dobbiamo prima o poi liberare per esistere in uno stadio di coscienza superiore.
Questo libro è forse un ultimo accorato grido muto. Un grido che non esce oltre la bocca, che muore dentro perché sa che non sarà ascoltato.

6. Qual è il romanzo che ha “rivoluzionato” la tua vita conducendoti alla scrittura?

Ci sono stati scritti che hanno rivoluzionato la mia vita. A 15 anni quel “Deserto dei Tartari” che riuscii a leggere fino a metà circa. Lo finii un quarto di secolo dopo. Troppo duro. Non fu difficile non portare a compito questo testo a 15 anni. Molto più difficile a quell’età non leggere tutto d’un fiato quel “Aspettando Godot”. Eppure ebbe la stessa sorte del testo di Buzzatti. Più difficile perché più breve, ma per questo ancora più brutale. Posso consigliare entrambi a tutti.

Da giovane non capii perché non mi era stato possibile terminarli, soltanto provai un disagio estremo, un dolore quasi fisico. Almeno per due cose sono grato ai due testi. Prima di tutto l’idea che il tempo è sempre protagonista. Quasi fosse un personaggio che spostandosi dialoga con la sensazione temporale che è in noi. Credo ora che il disagio di allora risieda in parte nel fatto che in entrambi non il protagonista tempo sia l’unico immobile. I pochi personaggi si muovono, ma l’angoscia indescrivibile deriva dall’immobilità, dalla mancanza di novità, da un’inazione e inerzia cadaverici.

Il tempo della vita scorre, ma il tempo che usiamo in maniera accorta quello è fermo. Perché non si manda una pattuglia per andare a vedere oltre l’orizzonte desertico? Perché non ci si mette in moto e si aspetta sempre che gli eventi arrivino a noi? Perché non andiamo incontro alla nostra vita?
Questa angosciosa paura di non vivere si ritrova anche in autori come Borges e Neruda.

L’altra cosa è che non vi è profonda comprensione e nemmeno scrittura senza momenti profondi, senza ferite dell’anima.
Abbiate il coraggio e prendetevi tutto il tempo che necessita per leggerli. Leggetevi la biografia di Van Gogh!

7. Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

Chi sono io per non consigliare un libro. Vietare di leggere un libro sarebbe poi un delitto contro l’umanità nel vero senso della parola. Ben sappiamo cosa hanno prodotto le innumerevoli liste inquisitorie e i falò di libri. Se però sconsigliare un libro significa dichiararne la sua inutilità allora sì ce ne sono. Quale libro è inutile?

Per me inutili sono tutti quei libri che non ci aiutano a capire qualcosa di noi. Consci della inerzia che è in noi, dobbiamo sapere che non possiamo perdere tempo. Non possiamo riempire il nostro cervello di immondizia mentale. Non è poi così difficile come si crede generalmente. Il trucco è di cominciare da piccoli a nutrire il cervello con cose appetitose, dargli cioè pensieri che aumentano il suo raggio d’azione. Fare questo significa rendersi indipendenti e soprattutto ci fa crescere anche in assenza di crescita del PIL. Un cervello vuoto è portato a crescere all’esterno del corpo.

Si espande in maniera maniacale tramite la compravendita di cose materiali. Questo non rende felici, se non per pochi secondi quando una nuova cosa entra in nostro possesso. Riempire un cervello di pensieri costa meno che comprarsi sempre cose. Il primo metodo funziona bene il secondo no, perché riempire lo spazio che fuori di noi è notoriamente infinito è una impresa erculea.
Non consiglio quindi libri che sono l’essenza del nulla assoluto. Decidete voi, ad esempio autobiografie di calciatori etc…

8. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…

Bella domanda. È tanto insolita che sono rimasto a bocca aperta per parecchio tempo. Veramente.
La domanda che mi porrei è la seguente: Cosa faresti se qualcuno ti regalasse tre desideri?
Per primo chiederei che mi si desse la saggezza affinché il mio secondo desiderio sia uno impeccabile.
Il terzo desiderio lo restituirei.