Recensione Libro La casa in collina

Per me la collina resta tutt'ora un paese d’infanzia, di falò e di scappate, di giochi. Salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare?
Recensione Libro La casa in collina

Prezzo: € 11,00

Di cosa parla La casa in collina di Cesare Pavese

Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, tra una Torino assediata dai bombardamenti e la vicina campagna solo in apparenza lontana dagli effetti della guerra, La casa in collina di Cesare Pavese non è solo un romanzo che descrive in parte gli orrori del secondo conflitto, ma anche e soprattutto un’analisi della vita di un personaggio, Corrado, protagonista del libro in prima persona, che vive tra ricordi, sogni irrealizzati, rimorsi e paure agli inizi degli anni Quaranta.

Professore in una scuola di Torino, Corrado si sposta tra la città e la campagna, dove poi decide di rifugiarsi, nel bel mezzo della guerra, tra le mura sicure e protette di una tranquilla casa in collina, sotto le cure e le attenzioni premurose di Elvira, zitella quarantenne “accollata e ossuta”, come la descrive Pavese, e la madre anziana “che nella mole e negli acciacchi portava qualcosa di calmo, di terrestre, e si poteva immaginarla sotto le bombe come appunto apparirebbe una collina oscurata”.

Amante della solitudine e incapace di schierarsi da una parte o dall’altra, Corrado incontra Cate, locandiera delle Fontane, osteria e luogo di ritrovo per molti uomini che diventano presto suoi amici, benché spesso, a causa della guerra e del periodo storico in cui sono costretti a vivere, attuino discussioni accese sulle idee ideologiche e politiche che mettono in contesa l’uno contro l’altro.

Legato a Cate da una relazione passata, Corrado ritrova in lei quella figura femminile che aveva tanto amato ma dalla quale era sfuggito per una paura inconscia di un legame stretto e maturo, e con lei incontra Dino – diminutivo del suo stesso nome – figlio di Cate e di cui il protagonista ignorerà sempre la paternità.

Continuando a indagare sui molti aspetti della sua vita, del suo amore per Cate, del legame intenso e profondo che s’instaura col figlio di lei, delle idee politiche e ideologiche sulla guerra che lo circonda, delle sue posizioni, il suo lavoro e il suo futuro, oscuro e incognito come quello di tutti i suoi connazionali, Corrado tiene dentro di sé ogni sua riflessione, che nemmeno a Cate, il cui sentimento forse ancora ricambiato potrebbe eventualmente mutare lo stato d’animo del protagonista, riesce a esternare.

Quando un gruppo di nazisti rapisce Cate e altri amici dell’osteria, Corrado riesce a fuggire e a nascondersi con Dino, dapprima nella casa in campagna di Elvira, poi, quando anche la villa sembra non rappresentare più un rifugio sicuro, a seguito della scoppio della guerra civile tra nazifascisti e partigiani, in un collegio di Chieri, dove la guerra, i feriti e i bombardamenti paiono solo parole nell’aria, prive di consistenza, apparentemente troppo lontane da poter essere considerate reali.

Chiuso tra quelle mura, circondato da uomini in preghiera, Corrado trova la pace e la solitudine che l’ha sempre accompagnato nel corso della sua vita, e lì può riprendere le proprie meditazioni, cercare di capire il significato di quella guerra, il suo mancato schieramento da qualsiasi parte, il suo totale dissenso verso tutto, la sua ardita necessità di restare celato.

Ma anche il convento presto si rivela un posto non del tutto sicuro e Corrado è costretto a fuggire un’ultima decisiva volta. È qui, dunque, che decide di tornare in campagna, alla casa in collina, suo primo e ultimo rifugio.

Nel viaggio di ritorno, alla vista del sangue, di corpi straziati e dilaniati, delle imboscate a opera dei partigiani nei confronti dei fascisti, Corrado compie le sue ultime riflessioni su quella che a parer lui è una guerra futile, una guerra cui lui avrebbe, in un certo senso, voluto partecipare attivamente ma da cui è sempre fuggito.

“Guardare certi morti è umiliante. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Ci si sente umiliati perché si capisce che al posto del morto potremmo esserci noi. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Pubblicato nel 1948 da Einaudi, La casa in collina è una sorta di autobiografia dell’autore Cesare Pavese, vissuto lui stesso nelle colline del Piemonte su cui si è rifugiato durante il conflitto come il protagonista del romanzo.

La campagna delle Langhe rievoca nello stesso Pavese ricordi e tempi passati, dove ogni sorta di immaginazione e di riflessione può prendere liberamente spazio nella sua mente da indagatore e pensatore.

Cesare Pavese ha scritto molti romanzi, tutti famosi e di grande interesse nazionale, ma viene ricordato anche come uno dei più noti traduttori di opere dall’inglese. Ha infatti tradotto lavori di altri grandi autori quali Moby Dick di Herman Melville, Riso Nero di Anderson, David Copperfield di Charles Dickens e Uomini e Topi di Steinbeck.

Recensione scritta da Margherita Acs

Hai qualcosa da aggiungere a questa recensione? Lascia un commento!