“Me la prendo col mondo” di Michele Colzani

La silloge che ha vinto il Primo Premio nella Sezione Poesie edite ed inedite del Concorso Letterario Nazionale "Autore di te stesso 2011 organizzato da Recensione Libro.it in collaborazione con la CSA Editrice.
“Me la prendo col mondo” di Michele Colzani

Le cinque poesie scritte da Michele Colzani che si sono aggiudicate il Primo posto per la Sezione Poesie edite ed inedite del Concorso Letterario “Autore di te stesso” 2011 organizzato da Recensione Libro.it in collaborazione con la CSA Editrice.

ME LA PRENDO COL MONDO

Me la prendo col mondo che vestito da pecora ha seguito i profeti del progresso e dentro a questa crisi di identità economica si trova con le ossa immerse nel fango e porta sulla sua schiena moderna il sudore immortale di plebei a mani vuote.

Me la prendo col mondo che distribuisce la millenaria imminente gioia del futuro mentre i sogni di questo astratto presente vengono abbandonati piangenti come orfani della vita.

Me la prendo col mondo che con i suoi tiranni mascherati da re democratici ha venduto la libertà a troppe bandiere che ora sventolano incatenate ad un bastone.

Me la prendo col mondo che avanza incerto in un’attesa incerta di un qualche miracolo al gratta & perdi, che si droga di slot machine, che vive ammassato in cubi di Rubik mai risolti.

Me la prendo col mondo che protesta & sciopera & fa la voce del padrone, che sfila in cortei sindacali di facciata e come sempre si accontenta, come un coniglio da soma di nuovo a testa bassa, di inseguire una carota.

Me la prendo col mondo che è sempre annoiato e distante da tutto, che si indigna per poco e si assuefa per sempre di ogni guerra vista in tv, che dimentica tutto cambiando soltanto canale.

Me la prendo col mondo che ancora tratta schiavi e ammaestra donne di strada, che non vuole più accettare nomadi del dolore e clandestini del silenzio, che comanda con la Politica Dell’Omertà dopo aver giustiziato la Giustizia.

Me la prendo col mondo che parla con la stessa magica voce della pubblicità, che come un buon gregge si ciba di bisogni inventati da altri, si abbevera a fiumi di necessità fasulle da pagarsi a rate per l’eternità.

Me la prendo col mondo che per quanti errori è sempre capace di fare & rifare & rifare ancora, dimentica in fretta il suo passato, come un nano sceso dalle spalle del suo gigante, come un nano senza memoria.

Me la prendo col mondo che è pieno di troppi Dei, pseudo religioni, cabalisti e filosofie ai telequiz in moderne scatole craniche di plastica piene di telepredicatori da avanspettacolo, da sempre perso a cercare gli spiriti dell’al di là da dimenticarsi di ascoltare le anime dell’al di qua.

Me la prendo col mondo che si è tolto i fiori intrecciati tra i suoi capelli, che ha ceduto i diritti dei sogni alle mode, che tutto ha ingannato e truccato come un baro professionista di incubi.

Me la prendo col mondo che ancora si vanta della sua evoluzione e non riesce a vedere che quell’animale evoluto di uomo non è altro che un cane che si morde la coda.

Me la prendo col mondo che tutto cambia, che tutto trasforma, che offre ogni giorno la dolcezza di qualche novità, che ci offre i sorrisi di una lavatrice e poi ci sporca i vestiti.

Me la prendo col mondo che ha preso la realtà e l’ha rinchiusa nell’Occhio Del Grande Fratello, voyeuristici assetati guardoni, adoratori dei nuovi eroi della finzione eletti dal popolo del telecomando.

Me la prendo col mondo che mette l’inganno dentro alla legge, che usa una sua lingua igienica per pulire il culo dell’ignoranza, che tiene sempre nascosta in cantina la verità.

Me la prendo col mondo che si inventa meeting di seta & caviale per discutere la sua salvezza, che nella sua bocca ingorda ha già pronte le sue false & belle parole di promesse senza speranze.

Me la prendo col mondo che da sempre si fa giudice di una qualche morale, che da sempre è una guerra di generazioni e l’unica morale davvero uguale per tutti è finire in un cappotto di legno.

Me la prendo col mondo che non sa più lottare, che ha gettato la spugna, che ha smesso di sognare, che è rimasto incastrato nei suoi riti quotidiani e vive facendo il conto alla rovescia dei giorni che mancano al traffico del fine settimana.

Me la prendo col mondo che ingarbuglia tutte le emozioni, con la testa che ha dichiarato guerra al cuore, con i sentimenti che si sono quasi arresi alla ragione, con i pensieri schiacciati dentro a pastiglie antidepressive.

Me la prendo col mondo che ti lascia sempre da solo a smaltire i dolori più uncinanti, che l’unica strada che può consigliarti è quella che segue lui, che ti obbliga a piangere in fretta e poi tornare presto al lavoro.

Me la prendo col mondo che ha perso il gusto delle stagioni, che ruba il tempo alle stelle, boia dei giorni, suicida dei ricordi, cuore pentium nel petto della sua mortalità.

Me la prendo col mondo che come un becchino scava la sua fossa vicino a quelle di Otello & Amleto & Quasimodo & tutte le forme di amore che cantano il cuore e tutte le forme di dolore che stracciano l’anima.

NOTTURNO

Notte d’autunno che vaga sulle strade dell’anima.

Notte da bere in qualche bar

tra cameriere stanche & tavoli in crisi d’identità

ripetendo agli specchi opachi

davanti ai nostri occhi

che va tutto bene.

 

Notte blues, notte in bianco e nero,

come una vecchia fotografia degli anni ‘30

con noi che teniamo

le mani nelle tasche del cuore

per scaldarci i sogni.

 

Notte da ballare nella musica tremante del vento,

abbracciati ai nostri peccati di sempre

al vizio del bere & del fumare & del respirare

lungo marciapiedi di pensieri

che cadono sulle nostre ombre.

Notte di volti & gesti & parole & angeli,

un sax sta improvvisando alla luce di un lampione

prostituendo le sue note alle nuvole

per avere un passaggio sicuro

verso il Paradiso.

 

Notte da vendere o da comprare ai bordi del tempo,

mercanti di sguardi & voci & viaggi di sola andata

coi treni che si perdono oltre i cartelloni pubblicitari

e le nostre macchine sono parcheggiate in sosta vietata

lungo le rive dei sogni.

 

Notte che urla e da giù botte,

che sanguina nei vicoli senza pietà,

che se ne va in cerca di libertà,

che tra due ore dormirà in un letto solitario

fregandosene di avere le scarpe sporche

e niente soldi in tasca.

 

Notte clandestina, notte gitana,

zingara che legge profezie sulle nostre mani,

ma in realtà non sa nulla del nostro domani.

Notte beata tra la follia dei sentimenti

e la dolcezza di certe emozioni

con lo stomaco che prega in cerca d’amore

e i miei capelli spettinati

che cercano le tue mani.

 

Notte fuggiasca verso nuovi orizzonti

con l’alba che ruba le stelle al cielo

e noi che restiamo abbracciati ai nostri peccati di sempre

sorridendo alla luna

che se ne va.

 

FACCE DA BAR

Siamo facce da bar,

quelli che il tempo

lo misurano in birre e sigarette

quelli che leggono il futuro

sul fondo del bicchiere.

Siamo gli occhi del bancone

che agitano le luci

e giocano con le ombre

di un pavimento di passi.

 

Siamo parole confuse

tra il dramma e la comicità,

in equilibrio sugli sgabelli della notte

cercando di non cadere troppo in fretta.

Alchimisti della stagioni

che si srotolano come un tappeto rosso

fino alla porta del bagno.

 

Siamo le voci serie o divertite

i saggi camuffati da coglioni

e i coglioni che si inventano saggi

con gli specchi che giocano a rilanciare

la nostra malinconia in un bicchiere.

 

Siamo facce da bar,

brindiamo alla vita e alle speranze

gettiamo sul tavolo monete e storie

e prima di andarcene via

raccogliamo la nostra ombra ubriaca

distesa sul pavimento sporco di discorsi.

 

JAZZ DELLA SERA SOTTO IL CIELO 

Quella sera era una sera da signora,
nel suo abito seducente vertigine di primavera.
Quel cielo era un cielo tutto nero,
nel suo smoking elegante con la sigaretta accesa.
Quella sera era un cielo di passione.

Quella sera era la sera che lei voleva,
con lo sguardo che sfilava tra gli sguardi ammutoliti.
Quel cielo era il cielo che lui beveva,
con quello scotch che inebriava tra le facce mormoranti.
Quel cielo era una sera provocante.

Quella sera era una sera che non aspettava domani,
come il ghiaccio che si scioglie nel bicchiere.
Quel cielo era un cielo a luci spente
come candele soffiate esprimendo desideri.
Quella sera era un cielo travolgente.

Ero là quella sera che suonavo e mi guardava,
ero quello con lo smoking raffinato e noleggiato.
Era là quella sera che beveva e la guardavo,
era la donna con l’abito elegante e desiderato.
Quella sera era nuda come il cielo.

Quella sera era la sera di quell’incontro.
Mani/Labbra/Fianchi/Denti/Pelle di ansimi.
Quel cielo era il cielo di lampi bianchi.
Tremito/Terremoto/Vibrazione/Piacere acuto.

 

TOCCANDO LEI

Toccare il limite estremo di un’anima,

l’infinito nella mente

che si spande.

Toccare il centro più profondo di un piacere,

l’infinito che va oltre,

che si perde.

 

Non sentirsi più soltanto parte di sé stessi

incrociando le mani e i corpi in quella notte

come  non l’abbiamo fatto mai,

come  non lo rifaremo più.

 

Toccare il confine sottile di un sogno,

il più lontano possibile

da ogni dolore.

Toccare il cuore segreto di una realtà,

il più vicino possibile

ad ogni felicità.

 

Cosa c’era in quella notte di così vitale

da non perderne neppure una stella?

Non l’ho mai saputo dire,

non lo saprò dire  mai.

 

Toccare il vertice supremo di una passione

corpi d’anima in volo

nell’universo.

Toccare la base più bassa di un distacco

anime di corpi che ricadono

sul mondo.