Zetafobia
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Recensione Libro Fuga sul Kenya

Il tricolore d’Italia che sventola libero nell'azzurro, un tricolore, finalmente, dopo tante, tante bandiere bianche… non sapevo, non potevo più trattenermi e piansi, piansi come un bambino.
Recensione Libro Fuga sul Kenya

Prezzo: € 19,90

Di cosa parla Fuga sul Kenya di Felice Benuzzi

Fuggire da un campo di prigionia per vivere un’avventura epica e ritornarvi silenziosi dopo circa 18 giorni, consci di subire una punizione, sembra quasi una follia o una storia del tutto immaginaria. In realtà, è quanto hanno fatto Felice Benuzzi e i suoi compagni prigionieri di guerra nel 1945 ai piedi del monte Kenya nell’omonimo paese.

Il libro Fuga dal Kenya è il resoconto di quell’eroica impresa, un po’ ardita ma spettacolare, un diario scritto dallo stesso Benuzzi durante la scalata al monte Kenya, terzo dell’Africa per altezza.

Dopo una preparazione di circa otto mesi, leggendo libri su spedizioni passate, mettendo da parte viveri e attrezzi, cordame e ramponi, abiti e tanta buona volontà, Felice, insieme a Enzo, innamoratissimo delle cose impossibili, senza prole, generoso e incensurato, con entusiasmo e volontà da vendere, e a Giuàn, medico del campo che si rivelerà all’autore non solo compagno di viaggio ma amico per la vita, partono la mattina del 24 gennaio 1943 dal campo di prigionia britannico a Nanyuki alla volta della montagna sacra per i masai, i kikuyu, i mwimbi, i meru e i tanti altri popoli indigeni della zona, i quali la considerano abitata da dei buoni e da spiriti maligni, credenze per loro inconfutabili e ancora oggi valide.

I protagonisti di Fuga sul Kenya, privi di carte topografiche, con il solo aiuto delle stelle e della propria esperienza e dedizione, i tre compagni attraversano la foresta ai piedi del monte, abitata da leoni, leopardi, rinoceronti ed elefanti, tra il groviglio del sottobosco, i cedri dal legno rosso, gli olivi selvatici, i podocarpi dal tronco sorretto da contrafforti a forma di croce, i seneci, le lobelie e i bambù, dirigendosi sempre più in alto, ammaliati da tanta bellezza divina.

Elementi così vari e opposti come la dolcezza della vegetazione e la rudezza della roccia – scrive Felice del paesaggio – il sorriso del ruscello e la crudezza glaciale della seraccata trovavano una tonalità fondamentale comune, una risolvente nello specchio dei due laghi, dove tutto si riflette, si compone, si raccoglie, si coordina in luce, nient’altro che luce.

Ma se la natura si rivela in tutta la sua magnificenza, incontrastata e senza limiti, priva di paure e debolezze, il corpo degli uomini si strema, i timori e le ansie aumentano, la fame e la sofferenza sovrastano le membra stanche e spossate dei tre valorosi scalatori.

Benché riescano nell’intento di raggiungere la vetta, due di loro mentre il terzo, impossibilitato, resta al campo base, fissando bandiera italiana sulla Punta Lenana (4968 m), dopo il tentativo fallito di toccare piede sul Batian (5195 m), i viveri diminuiscono al punto da scomparire, la fatica e il sonno aumentano a dismisura, l’idea di tornare indietro e di lasciarsi alle spalle quel paradiso idilliaco per le sbarre di una prigione li colpiscono nell’anima e nel fisico.

Era certamente una vittoria sulla quotidianità inerte della prigionia, sulla passività, sul presente schiacciante e immutabile che incombeva su di noi da due anni.

Felice Benuzzi nacque a Vienna nel 1910 da madre italiana e padre austriaco, entrambi amanti della montagna e alpinisti, tanto da trasmettergli l’amore per gli stessi e il desiderio di divenire a sua volta esperto scalatore.

Laureatosi in giurisprudenza e contemporaneamente praticante di numerosi sport e partecipe ai campionati di nuoto fra il 1933 e il 1935, mantenne il suo entusiasmo per l’attività sportiva, cominciando a scalare già da ragazzino le Alpi Giulie e le Dolomiti.

Nel 1938 Felice Benuzzi entrò a far parte dell’Amministrazione coloniale italiana e fu inviato ad Addis Abeba dove vi rimase fino al 1941, quando l’Etiopia venne occupata dagli inglesi, per essere poi trasferito in numerosi campi di prigionia e infine al Campo 354 alle pendici del monte Kenya dove partì per la sua avventura.

Venne rimpatriato nel 1946 e iniziò a scrivere il suo libro Fuga sul Kenya e a raffigurare con matita e colori le meraviglie di quel monte sacro, riportate sullo stesso romanzo: la Sella del Molare, il Monte Kenya in lontananza al di là delle sbarre, il campo di Burguret, il versante nord-ovest del monte, l’irace, le pendici della montagna, la foresta, il lago Hausberg, il Ghiacciaio Cesare, il Lago Vittoria, il Nilo Bianco, e tanti altri.

Entrò successivamente in Diplomazia e fu trasferito in diversi stati del Mondo come viceconsole, per poi ritirarsi con il grado di ambasciatore nel 1976.

Recensione scritta da Margherita Acs

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