Il mio ritorno a casa
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Il filo di Auschwitz di Véronique Mougin: recensione libro

Voglio orientarmi verso il settore idraulico. Infilo la salopette e mio padre sospira. Mi vorrebbe sarto. È il suo sogno, ma i sogni degli altri mi infastidiscono, io farò l'idraulico, punto e basta.
Il Pasticcio
Il filo di Auschwitz di Véronique Mougin: recensione libro

Prezzo: € 18,60

Trama, recensione e commento libro Il filo di Auschwitz di Véronique Mougin

Tomas Kiss, 14 anni, ungherese, ebreo figlio di ebrei, sarto figlio di sarto. È l’ingenuo protagonista del romanzo di Véronique Mougin Il filo di Auschwitz, pubblicato da Corbaccio (2019, 480 pagine, 18.60 euro).

Israelita, una fede religiosa resa dal razzismo uno stigma di diversità etnica: sulla sua pagella scolastica, dopo il nome cognome si leggeva la sigla ISR, abbreviazione del marchio infamante. E dopo l’occupazione nazista dell’Ungheria, nel marzo 1944, arriverà l’obbligo di cucire una stella di Davide gialla sul bavero.

Intanto, Tomi passa il tempo a giocare col fratellino e l’aiutante del padre. Sale sugli alberi nonostante il divieto materno, per guardare le braccia delle ragazze della casa delle donne, mentre fumano alla finestra tra un cliente e l’altro.

A tavola, nell’unico momento in cui lo ha sottomano, il padre perde il tempo a spiegargli le cose, il senso della vita, i segreti di un’impuntura perfetta, episodi della sua giovinezza.

Da un po’ ha aggiunto agli argomenti il futuro di Tomas. È un sarto rifinito papà Herman. Diplomato in cucito, lavora solo tessuti di pregio e confeziona esclusivamente abiti per uomo.

Di aspettative non è che ce ne siano tante per un ragazzo ebreo. Gli è consentito al più di imparare un mestiere. Per il papà sarebbe perfetto quello di sarto, Tomas invece preferirebbe fare l’idraulico. Salopette e tubi sì, ago e filo mai. E poi vorrebbe girare il mondo, altro che restare a cucire al chiuso, fino a notte.

Commento libro

Una bella scoperta questa scrittrice francese, che ha una dote rara: sa trattare un argomento dolente senza scadere nella retorica del dolore ed anche senza superficialità.

I caratteri dei suoi personaggi sembrano appartenere a persone reali, dopotutto la vicenda è ispirata a fatti veri, di persecuzione razziale, deportazione, sopravvivenza allo sterminio.

Il filo di Auschwitz è un racconto dell’Olocausto estremamente spontaneo, gli orrori sono resi quasi con candore, visti dagli occhi di un ragazzino sveglio e sensibile.

Un insolito intercalare di capitoli lunghi, alternati a quelli brevi di un altro io narrante, rendono originale lo sviluppo e aggiungono particolari ulteriori e punti di vista diversi. Sono affidati a soggetti che Tomi incontra nel corso della sua esperienza e che interagiscono con lui.

“Parlano” il padre, la madre, l’aiutante del padre, la ragazza di fronte con cui il piccolo ebreo avrebbe voluto giocare a pallone, temendo però di scoprirla più brava di lui e di fare una figuraccia.

La manovra

Ci sono amici, conoscenti, anche l’anziano militare israelita che ha portato le medaglie di guerra fin nel lager e cerca di nasconderle. Le SS lo costringono a gettarle, il vecchio piange come un bambino.

Seconda parte trama libro Il filo di Auschwitz di Véronique Mougin

“Mamma, vieni a prendermi, non voglio restare qui”, è la frase che ricorre nelle testimonianze, come un coro tragico.

Un giorno, le guardie erano andate a prendere tutti o meglio, tutti gli ISR, precisa Tomas. È penoso vedere la madre sforzarsi di raccogliere quanto più cibo da portare con loro, chissà dove e per quanto tempo staranno lontano.

“Il lavoro rende liberi”, lager di Auschwitz-Birkenau, maggio 1944. È tutto un gridare ordini in tedesco. Qualcuno per fortuna li capisce e allora basta imitare quello che fa: spogliarsi e gettare i vestiti sul mucchio. Tutti nudi, poi la separazione da donne bambini e vecchi, la rasatura totale.

Ad un gruppo di loro vengono buttati addosso indumenti da indossare, che chiamare stracci sarebbe troppo, tanto sono logori. Lanciati a caso: chi è più minuto della taglia toccata in sorte può ritenersi fortunato. Si lamentano, non capiscono ancora che rivestirsi significa restare vivi. Non comprendono nemmeno quando qualcuno dice qualcosa, indicando il fumo che sale da una ciminiera sopra una costruzione a mattoni: “quello fumata è la tua famiglia”.

Tomas e il papà sono trasferiti a Buchenwald e poi a Dora-Mittelbau, in Germania. “Morirete”, dicono le SS, “ma ci sono due modi per farlo, uno giusto, ubbidendo e lavorando ed uno sbagliato, molto più crudele”.
Dapprima vengono assegnati ai kommando quotidiani, gruppi di lavoro pesante: sterrare, asfaltare, trasportare rotaie. Al minimo accenno di debolezza, alla più piccola esitazione, è una scarica di bastonate.

Però, anche i tedeschi hanno bisogno di bravi sarti e d Herman Kiss è bravo davvero, supera ogni selezione. La sartoria è un kommando più leggero degli altri. Significa vivere ancora.

La vita del campo continua coi suoi ritmi stravolti, le tante assurdità, le crudeltà, la negazione costante di ogni sentimento umano. Tomi si ferisce lavorando duro. È sul punto di mollare, fermarsi è impossibile, una ferita è la morte. Ma ecco il miracolo: le SS sbraitano che serve ancora qualche sarto.

Il ragazzo non ha mai voluto cucire, ma la sua cocciuta avversione gli concede l’ultima possibilità. Si fa avanti, si propone come apprendista esperto di sartoria, scopre di avere un talento innato, regalo dei cromosomi paterni. Vuol dire vivere ancora nel lager.

A 88 anni, Tomas ha accettato che si scrivesse di lui, del suo passato. È uno stilista famoso in Francia. Prima si era sempre tirato indietro: “A chi mai potrà interessare la vita di un piccolo sarto a Dora, tra i morti viventi?”.

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