Paolo Bruni: intervista scrittore

Intervista all'autore Paolo Bruni.
Paolo Bruni: intervista scrittore

La redazione del sito Recensione Libro.it intervista lo scrittore Paolo Bruni, autore del libro Sciroppo da more – Brunette liquideSciroppo da more

1. Dovendo riassumere in poche righe il senso della sua silloge poetica Sciroppo da more, cosa direbbe?

Il senso, che parola meravigliosa! Deriva dal lemma latino sensus, che significa “il percepire per mezzo dei sensi” e, per estensione, “sensibilità”, “coscienza”, “cuore”, “sentimento”, “idea”, “pensiero”, “significato”. Ecco, le poesie confluite in questa antologia sono animate dalla ricerca di un senso universale e unitario, anche se influenzato da molteplici stimoli esterni e interni: si tratta del “sesto senso” – ossia l’intuito, la fantasia, la genialità, l’intelligenza emotiva, che sono appannaggio e retaggio esclusivi del genere umano, ma non tutti sanno di avere – che io riesco ad attivare attraverso la poesia, un potente rilevatore e diffusore di frequenze sinestetiche ed emotive.

Grazie ad essa riesco a condensare l’amore verso le persone e i luoghi a cui sono legato e che mi hanno ispirato: per questo motivo Sciroppo da more si può anche leggere “Sciroppo d’amore”. Grazie ad essa riesco ad appagare l’esigenza profonda di riprodurre ed eternare, col mio canto “ibrido”, il coro dinamico della natura e, soprattutto, della natura umana: per questo la considero anche il mio “diapason esistenziale”. Grazie ad essa riesco a placare la smania di preconizzare il senso composto dell’esistenza e, al tempo stesso, riesco a celebrarne la tanto effimera, quanto lirica, unicità.

Grazie ad essa io, essere vivente, uomo, maschio, partecipo, nel mio piccolo, al miracolo della creazione – per carità, niente di paragonabile con la creazione della vita –, disgregando e aggregando la materia linguistica come farebbe uno chef estroso che rimodula gli ingredienti fino a giungere ad una ricetta raffinata e originale. Grazie ad essa riesco a tirar fuori quel lato umano che pochi conoscono – o che preferiscono far finta di non conoscere – perché considerato dall’opinione pubblica come meno serio: ciò che esce dai versi è un “personaggio” pirandelliano in cerca di un autore “NO EAP” (come la Horti di Giano che ha pubblicato il mio libro senza censure e senza pretendere un pagamento), un personaggio che i benpensanti potrebbero considerare anticonformista, ardito, dissacrante, eretico, ribelle, ma che, in realtà, desidera solo essere lasciato libero di esprimere, con grande senso dell’umorismo, le proprie idee. A questo alter ego mi è piaciuto dare un nome artistico: Paul Bernàc.

2. Da dove nasce l’ispirazione per questo libro in cui i sentimenti vibrano e si lasciano accogliere?

Scrivere poesie è per me un’attività estremamente piacevole che ho praticato fin dall’infanzia. L’argumentum privilegiato delle mie composizioni è sempre stato l’amore, soprattutto quello filiale e quello per le donne, a cui è legata la cellula più antica della raccolta. Ma dal 2013, anno di nascita di mio figlio Gabriel, le occasioni che mi hanno incatenato di fronte ad uno schermo per scrivere versi si sono moltiplicate.
È lui, con la sua tenera presenza, che mi ha donato e continua a donarmi un’ispirazione inesauribile, un’immaginazione viva e visionaria che mi ha aperto come un terzo occhio verso una dimensione onirica, in cui il pensiero umano si spoglia degli indumenti stretti cuciti dalla ragione e coglie l’attimo per ritagliare degli spazi di libera creazione, di dolce armonia e di pura bellezza. La sorpresa per la vita, che si fonde, si trasforma e si rinnova, induce la coppia ad incamminarsi verso un rito di passaggio, un varco cucito sulla tasca dell’universo che origina una nuova realtà densa di valori, ben rappresentata dal numero 3, il numero della perfezione.

In questa prospettiva numerologica va intesa la suddivisione di Sciroppo da more in undici capitoli di nove poesie, la quale si carica di significati simbolici che, in questa sede, posso provare a riassumere. Il numero undici nell’esoterismo è considerato il “primo numero maestro”, essendo il primo numero di una decade numerica nuova (10 + 1), il che andrebbe interpretato come simbolo di un forte cambiamento, un’evoluzione a fronte di un’energia superiore. Inoltre, i due 1 affiancati ricreano visivamente ed idealmente un portale, formato da due colonne, a cui è stata associata la rappresentazione suprema dell’illuminazione e dell’ottica visionaria che permette di spingersi oltre l’apparenza fino a raggiungere il vero assoluto.

Il numero undici, quindi, accresce e valorizza il significato del numero due e si sposa bene con la mia visione poetica. Il numero nove, invece, fin dall’epoca più antica, è considerato variamente come un numero sacro, un numero invalicabile, il numero della perfezione (perché è il risultato del 3 moltiplicato per se stesso), il conseguimento dell’obiettivo, il principio e la fine, la triplice Triade, il Tutto, il numero celestiale e angelico, il paradiso terrestre: è ovvio che la matrice di tutto è la gestazione della vita umana, i famosi 9 mesi della gravidanza. Nella Vita Nova e nella Commedia di Dante ricorre costantemente il numero 9 che si connota di molteplici significati simbolici, soterici e provvidenziali. Come già accennato, anche Sciroppo da more si fonda su diversi richiami numerici e lo stesso numero di componimenti (99 + 1 introduttivo di dedica) richiama volutamente, in segno di deferente gratitudine, il computo dei canti del capolavoro dell’Alighieri.

Seconda parte intervista a Paolo Bruni

3. Cosa vorresti che i lettori riuscissero a comprendere leggendo le tue parole? Quale segno vorresti lasciare in loro?

Vorrei che chi legge – me compreso – si abbandonasse all’estasi ipnotica del linguaggio in cerca non di nozioni, ma di pure emozioni, talvolta anche di carattere mistico. Se dovessi indicare un modello di riferimento, senz’altro menzionerei Orfeo, personaggio della mitologia greca che dell’arte incarna i valori eterni, il quale sarebbe stato anche uno sciamano e un incantatore, capace di ammaliare esseri animati e inanimati con le sue arie, oltre ad essere uno psicagogo, in grado di guidare il viaggio dell’anima lungo i segreti recessi della vita e della morte.

4. Avresti voluto aggiungere altre poesie al libro, quando lo hai letto dopo la pubblicazione?

Il mio florilegio è frutto di un lungo lavoro di selezione e di accurata revisione, che non concerne soltanto le poesie e la scrittura delle stesse, ma anche la loro collocazione all’interno della raccolta. Ogni posizione è stata accuratamente scelta, quindi per me ora sarebbe impensabile modificare qualcosa o aggiungere poesie, senza turbare l’equilibrio faticosamente raggiunto. I numerosi carmi che ho deciso di escludere non sono affatto disprezzabili, per cui ho già in mente di pubblicare una seconda raccolta sperando di continuare a realizzare componimenti sempre più belli alla ricerca del “capolavoro” e, chissà, forse qualche poesia potrebbe evolversi nel testo di una canzone.

5. Ci spieghi perché hai scelto i sonetti per dare forma alle tue parole?

Roberta Gelsomino

Il sonetto di endecasillabi rimati è la forma di componimento da me prediletta per musicalità, aspetto grafico e autorevolezza della tradizione. Di solito piace alle persone, intercettando anche il favore dei più piccoli. Poiché mia madre è catanese, vado molto fiero delle origini siciliane del sonetto che sarebbe stato inventato dal notaro Jacopo da Lentini, esponente di punta della Scuola siciliana e iniziatore della lirica d’arte italiana, laica e libera, ma non posso non citare i giganti della letteratura mondiale, come Dante, Petrarca e Shakespeare, che hanno sublimato il genere e lo hanno reso famoso a livello mondiale. La mia ventennale carriera di docente di materie letterarie al Liceo classico ha probabilmente influenzato il mio poetare, anche se, a dire la verità, ho iniziato ad usare le quartine e le terzine di endecasillabi rimati soltanto un lustro fa, a partire dal 2015, l’anno in cui mi sono sposato.

L’idea di scrivere i primi sonetti della mia prima raccolta Sciroppo da more è nata quasi per caso: era la sera di San Valentino del 2015 e mi trovavo con la mia futura moglie, per una cena romantica, nel ristorante dello storico hotel Excelsior di Taormina, un paradiso in terra che avevamo scelto come luogo per il ricevimento del nostro matrimonio, programmato per il mese di luglio dello stesso anno. Ciò che ha colpito la mia attenzione sul tavolo imbandito, oltre alla coreografica presenza di petali di rosa, candele e cuoricini, è stato un foglio, arrotolato a mo’ di pergamena e legato con un laccetto rosso, che conteneva proprio un sonetto d’autore scelto per celebrare l’occasione. Per la verità il testo di quella poesia non faceva impazzire, ma questa trovata commerciale mi ha dato l’idea di comporre di mio pugno gioiosi epitalami in forma di sonetti per le nozze ormai prossime: alla fine, in sei mesi, sono riuscito a realizzarne 9 – come gli anni di fidanzamento – con l’idea di assegnarne uno ad ogni tavolo degli invitati. Così sono riuscito nell’intento di trasformare l’occasione in un evento culturale indimenticabile.

6. Se Paolo Bruni dovesse utilizzare tre aggettivi per definire Sciroppo da more, quali userebbe?

Ipnotico, ibrido, ironico: sono i tre aggettivi che meglio rappresentano la mia raccolta e che caratterizzano la produzione degli intellettuali che preferisco.

7. Perché credi si debba leggere il tuo libro?

Il mio libro è stato concepito come un’opera aperta, anche se labirintica, nella quale ognuno, scegliendo il percorso che preferisce, riesce a ritrovare la via d’uscita leggendo la propria mappa interiore.

8. Paolo Bruni ha nuovi progetti? Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Dopo aver scritto e pubblicato Sciroppo da more, ho acquisito maggiore consapevolezza del fatto che questa è la stagione della mia primavera poetica, per cui sento l’esigenza continua di assecondare la mia naturale predisposizione a coltivare e a plasmare, con gli strumenti dell’arte, i frutti selvatici della mia esperienza sensibile, come un giardiniere che, dal groviglio della natura, crea delle forme nuove e armoniose.

9. Qual è il romanzo o libro di poesie che hai letto e ti ha più colpito emotivamente in quest’ultimo anno?

Rileggo sempre con grande trasporto i frammenti della poetessa greca Saffo. Ricordo le parole attribuite al critico italiano Enrico Thovez, il quale avrebbe usato un’ardita iperbole per significare il suo sincero apprezzamento per la prima poetessa nota della storia, affermando che avrebbe dato tutta la letteratura latina in cambio di un solo verso di Saffo: con ciò evidentemente egli voleva sottolineare non solo la grandezza della più illustre cittadina dell’isola di Lesbo, ma anche la superiorità della Letteratura greca rispetto a quella latina, giudizio che complessivamente, da grecista, mi sento di condividere.

Un libro che ho letto per la prima volta di recente è il romanzo Dysangelium, di Simone Colaiacomo, che mi è piaciuto molto sia perché adoro la letteratura “distopica”, in particolare i romanzi di George Orwell, ma anche perché letture come queste, in tempi di lockdown da Covid-19, fanno molto riflettere su quanto un solo libro, scritto in modo illuminato, possa risvegliare le coscienze dormienti delle persone, gettando luce sugli abusi e sulle manipolazioni dei potenti (tra cui anche i membri della Chiesa corrotta) nei confronti di chi non ha “santi in paradiso” e sui continui stupri perpetrati, per egoismo, per fini egemonici ed economici, alla natura e alla madre Terra. Per l’atmosfera che si respira nella narrazione – tra viaggi, nubi e catastrofi – e la presenza di temi impegnati – come la tutela dei principi umani nella lotta contro le diseguaglianze e la tutela dell’ambiente – trovo che questo romanzo sia in sintonia con la sezione più “politica” del mio “Sciroppo da more”.

10. Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

Di letture così pessime da non meritare di essere lette o consigliate sinceramente non ne ricordo alcuna. Se proprio devo scegliere, allora mi piace andare in controtendenza e sfidare la letteratura italiana troppo seria e impegnata: quando avevo diciassette anni, ho trovato psicologicamente gravosa la lettura, imposta dal mio professore di Italiano, del romanzo in forma epistolare di Ugo Foscolo intitolato “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, per la verità uno scritto molto breve, ma, a mio avviso, più pesante da leggere del “mastodontico” Anna Karenina, scritto dal maestro russo Lev Tolstoj, che, invece, considero un vero capolavoro e ho letto per mia libera scelta.

11. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere.

Mio figlio, da grande, un giorno potrebbe chiedermi: «Papà, qual è il senso della vita?» Ed io, in maniera “socratica”, potrei rispondergli premettendo una serie di domande retoriche: «Preferiamo subire il destino, sprecando il tempo a preoccuparci per ogni cosa e a lagnarci per la fine grama, precoce e ingiusta che aspetta i viventi, oppure preferiamo gustare la vita giorno per giorno, hic et nunc, affrontandola con ottimismo, coraggio, spirito di adattamento e sense of humour? Cosa vogliamo veramente dalla vita? “More!”, come direi in inglese a tua mamma australiana, usando un gioco di parole, il calembour, basato sull’omografia tra la parola che, nella lingua anglosassone, significa “di più” e la parola italiana “more”, la quale strizza l’occhiolino al titolo della mia prima raccolta poetica Sciroppo da more, che ti lascio in eredità.

Per me la vita ha senso perché è come un dialogo interessante, un’intrigante relazione, un viaggio piacevole, un’appassionante ricerca, una sfida quotidiana, un’ostinata arrampicata sulle dirupate pareti del destino, un canto caldo, colorato e avvolgente come i rovi spinosi delle more che, a partire dalla primavera, si inerpicano su qualsiasi superficie, sfidando, con le loro volute altissime, la forza di gravità fino ad un’altezza di sei metri, allo scopo di far maturare al sole le loro dolci bacche aeree, le quali danzano con grazia, invitate dal vento, finché non vengono colte e mangiate con gusto dall’uomo o finiscono a terra per riprodursi sessualmente attraverso i semi contenuti nel gineceo di piccole drupe che le compongono, prima che il fusto che le sorregge si spogli in una morte apparente durante la stagione più fredda.

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