Intervista scrittore Giovanni Fulci

Intervista Fulci autore del libro “La libertà dell’arbitrio”.
La libertà dell'arbitrio di Giovanni Fulci
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La redazione del sito Recensione Libro.it intervista lo scrittore Giovanni Fulci autore del libro “La libertà dell’arbitrio”

1. Dovendo riassumere in poche righe il senso del tuo libro “La libertà dell’arbitrio”, cosa diresti?

Da una parte ho cercato di mostrare come la Yoga e la Filosofia occidentale non siano due mondi opposti e inconciliabili, come troppo spesso si è portati a credere. Da un’altra parte, ho cercato di mostrare come noi tutti siamo condizionati molto più di quanto saremmo mai capaci di ammettere a noi stessi. Il nostro essere liberi non è un qualcosa da dare per scontato, al contrario, richiede sforzo, pratica e applicazione. Bisognerebbe affrontare ogni singola scelta con consapevolezza, senza fare distinzioni fra scelte considerate piccole e banali, come possono sembrare quelle alimentari, e quelle considerate più importanti.

2. Da dove nasce l’idea che ti ha spinto a parlare della connessione tra filosofia e yoga in merito all’argomento del libero arbitrio?

E’ un’idea che nasce da molto lontano. Scrivendo un libro sul libero arbitrio, ad un certo punto ho sentito l’esigenza di interrogarmi sul perché avessi scelto proprio quel tema piuttosto che un altro. Sentivo che le prime motivazioni che mi si affacciavano alla mente mente erano solo razionalizzazioni, inautentiche spiegazioni a posteriori di quanto, in realtà, è ancora inconsapevole.

Non bisogna mai accontentarsi delle razionalizzazioni. Dopo lunghe meditazioni su questa domanda ho realizzato che, probabilmente, questo libro nasce da un’intima necessità di rispondere a miei interrogativi infantili. Manipolare è purtroppo un termine che ha assunto una connotazione negativa, in realtà non esistono termini “cattivi” e tutte le volte che stabiliamo che un termine lo è, quello che facciamo è creare un tabù. Sarebbe bene, invece, rendersi conto che quando interagiamo con qualcuno, anche inconsapevolmente, stiamo cercando di indurre nel nostro interlocutore un certo comportamento, in altri termini lo stiamo manipolando. Se preferiamo, possiamo utilizzare un verbo più neutro come “influenzare”, ma la sostanza non cambia.

Questa manipolazione che avviene normalmente nelle relazioni è ancor più evidente nel rapporto genitori-figli. Meditando, ho ritrovato ricordi infantili in cui mi domandavo se mi stessi comportando in un certo modo perché erano stati i miei genitori, senza che me ne fossi accorto, ad avermi indotto in una direzione, oppure se le mie scelte erano solo una conseguenza del voler compiacere o, a seconda dei casi, dispiacere i miei genitori. Erano domande difficili che mi hanno accompagnato per tanto tempo senza aver risposta e che poi erano scivolate nell’inconscio. Non penso di essere stato un bambino speciale, al contrario, sono convinto che tutti i bambini si facciano domande filosofiche e che ogni adulto abbia ancora quelle domande sepolte. Al pari dei traumi, queste domande irrisolte e abbandonate continuano ad operare su di noi un’influenza. Nell’ottica di un percorso di crescita, di psicosintesi per dirla con Assagioli, è importante recuperare e ripartire proprio da quelle domande.

3. Cosa vorresti che i lettori riuscissero a comprendere leggendo le tue parole? Quale segno vorresti lasciare in loro?

Vorrei cogliessero l’importanza del dovere morale e della piena responsabilità delle proprie azioni. Non solo la libertà non è in antitesi con il dovere morale ma, al contrario, morale e dovere ne sono il presupposto così come la responsabilità ne è la conseguenza. Senza presupposti e senza un’accettazione piena e autentica delle conseguenze, ci può essere solo l’illusione della libertà.

4. C’è qualcosa che avresti voluto aggiungere al libro, quando lo hai letto dopo la pubblicazione?

Diciamo che mettere la parola “fine” ad un saggio è qualcosa di emotivamente non semplice. Ogni singolo concetto può essere ampliato, esteso, analizzato sotto un diverso punto di vista. Fino a quando non si pone la parola “fine”, il libro è pulsante di innumerevoli potenzialità, Spirito in atto direbbe Gentile, qualcosa di vivo a cui ci si affezione e che, tuttavia, deve essere ucciso per adempiere alla sua missione. Ad ogni modo devo dire di sentirmi molto soddisfatto, non aggiungerei niente, semmai, forse, toglierei qualcosa per renderlo ancor più fruibile.

5. Se Giovanni Fulci dovesse utilizzare tre aggettivi per definire “La libertà dell’arbitrio”, quali userebbe?

Preferisco che gli aggettivi li diano i lettori. Da parte mia spero che lo trovino interessante, chiaro e soprattutto stimolante.

6. Cosa ha pensato lo scrittore Giovanni Fulci quando ha messo il punto a questa storia?

Come dopo ogni punto, ho pensato da dover ripartire.

7. Quanto pensi possa essere importante al giorno d’oggi soffermarsi sul libero arbitrio e rivederne la validità?

Si tratta di un problema senza tempo, tuttavia, oggi la necessità che ho cercato di evidenziare nel testo è quella di riportare il problema da una posizione estrovertita, libertà civili, politiche, sociali, ad una posizione introvertita, libertà dai bisogni, dai desideri effimeri, dai pregiudizi.

8. Perché Giovanni Fulci crede si debba leggere il suo saggio?

Per imparare guardare con occhi nuovi il proprio comportamento e, attraverso questa capacità critica, imparare a conoscersi.

9. Hai nuovi progetti? Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

I progetti sono sempre tanti. In questo momento mi sto dedicando alla revisione di due testi didattici utilizzati nei corsi di Scienze Tradizionali del Centro Studi Bhaktivedanta. In prospettiva futura sto approfondendo gli studi di psicologia riguardo ai bias cognitivi. Sono convinto che un’educazione allo yoga, in cui fondamentale è lo sviluppo di qualità come il distacco emotivo, vairagya, e l’equanimità, samatva, potrebbe rivelarsi utilissima per mitigare i bias cognitivi. In un mondo dominato da disinformazione, fake news, populismo e tifoseria politica, sarebbe di grande aiuto avere un metodo per acquisire una visione più oggettiva e meno condizionabile delle cose.

10. Qual è il romanzo che hai letto e ti ha più colpito emotivamente in quest’ultimo anno?

Non sono un grande lettore di romanzi, buona parte delle mie lettura le dedico ai saggi. Un bellissimo saggio, uscito da poco in una nuova edizione, è “Tradimento Rancore Perdono” scritto da Marco Ferrini. Assolutamente imperdibile.

11. Quale libro Giovanni Fulci non consiglierebbe mai a nessuno?

Su questo ho pochi dubbi “Io odio gli uomini” di Pauline Harmange, manifesto di un certo femminismo militante e fanatico che andrebbe rifiutato e stigmatizzato senza alcuna indulgenza. Purtroppo non è quello che si è verificato con questo libro.

12. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…

Allora mi faccio la domanda che nessuno fa mai a nessuno e a cui difficilmente si vorrebbe rispondere. Sei pronto a morire? Metterebbe i brividi sentirselo chiedere, eppure, è proprio il caso di dirlo, si tratta di una domanda vitale. Abhinivesha, che in sanscrito significa “paura della morte”, secondo Patanjali è il primo condizionamento su cui lavorare. Molto difficile rispondersi a questa domanda, l’importante però è tenerla ben presente e meditarci.

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Recensione scritta da

Redazione - Recensione Libro.it

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