Intervista scrittore Omar Sabry

Intervista a Omar Sabry autore del libro "Diluvio digitale".
Compra su amazon.it
Prezzo: € 14,00

La redazione del sito Recensione Libro.it intervista Omar Sabry autore del libro “Diluvio digitale”

1. Dovendo riassumere in poche righe il senso del tuo libro “Diluvio digitale”, cosa diresti?

“Diluvio Digitale” è una storia che si interroga sulla possibilità di miglioramento della società umana attraverso le scelte di un’intelligenza artificiale. L’uomo, da sempre in conflitto con se stesso e con gli altri, non è mai riuscito a trovare una sintesi tra la ricerca di pace e l’espressione di libertà. Tuttavia Unica, l’IA protagonista del romanzo programmata per aiutare l’uomo, interpreta la sua missione calcolando una strategia per cancellare l’odio, tra lo sconcerto di chi l’ha creata e la devozione di chi la accoglie.

2. Da dove nasce l’ispirazione per raccontare una storia sul complesso rapporto tra uomo e intelligenza artificiale?

È un tema che mi ha sempre attratto nelle opere di fantascienza e spesso si tratta di una scusa per calarsi dentro l’intimità di sentimenti reconditi sul significato della nostra esistenza. Quando si parla di creare una coscienza, Mary Shelley forse ha già detto tutto con “Frankenstein”, tuttavia il tema delle IA permette di raccontare molto altro, consente sempre un confronto fresco e impregiudicato tra due esseri che di fronte alla loro diversità scoprono reciproche somiglianze.

Ce lo spiega benissimo Spike Jonze con Her, che racconta la tragedia shakesperiana della separazione e dell’amore impossibile, togliendo alla narrazione tutti gli ostacoli materiali e parlando sotto la luce esclusiva delle emozioni. È un film che amo e che ho voluto omaggiare nell’introduzione di “Diluvio Digitale”.

3. Cosa vorresti che i lettori riuscissero a comprendere leggendo le tue parole? Quale segno vorresti lasciare in loro?

L’unica cosa che vorrei si comprendesse è la nostra totale incapacità di poter comprendere le cose. Per fare mia una frase di Benjamin Labatut, che lui usa per parlare di scoperte nella scienza e per dare titolo a un suo racconto, dico: “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”. Se ci interroghiamo sulla coscienza e sul significato delle nostre emozioni più profonde, ogni risposta che troviamo è un’illusione. Non ci resta che arrenderci e vivere nel limbo interrogativo di chi siamo. Chi studia le IA dice che presto capiremo meglio come funziona la mente: ne sono sicuro, ma ci sfuggirà sempre qualche altro come e il perché di tutto.

4. C’è qualcosa che lo scrittore Omar Sabry avrebbe voluto aggiungere al libro, quando lo ha letto dopo la pubblicazione?

È il mio primo romanzo, sono consapevole della sua immaturità. Non credo che cambierei nulla, perché le diverse mancanze che ho colto vorrei riempirle con altre storie.

5. Se dovessi utilizzare tre aggettivi per definire “Diluvio digitale”, quali useresti?

Utopico (o distopico?), filosofico, disperato.

6. Cosa hai pensato e provato quando hai messo il punto a questa storia?

È stata una grande soddisfazione e ci sono arrivato senza la convinzione di esserne in grado. Tuttavia un punto è solo un punto; se il cielo è benevolo nei nostri riguardi un punto rappresenta solo l’inizio di un’altra storia.

7. Quanto c’è di vero e personale in questa vicenda che hai raccontato nel tuo libro?

Scriverò sempre di me stesso, ma quanto c’è di me è seppellito nella scrittura.

8. Perché credi si debba leggere il tuo romanzo?

Come dice Neil Gaiman nella prefazione di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, la fantascienza non predice il futuro e quando ci prova fallisce, facendo una pessima figura. Queste storie fantascientifiche parlano piuttosto del presente, analizzando i nostri problemi quotidiani, le preoccupazioni che ci affliggono, ed esasperando le conseguenze per renderci consapevoli delle mutevoli ombre della società in cui viviamo. La speranza è che Diluvio Digitale faccia questo, incontrando l’interesse dei lettori.

9. Omar Sabry ha nuovi progetti? Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho scritto il mio secondo romanzo e si tratta di un western-noir. Parla di una ex-pistolero formidabile, ma ormai vecchio e lontano dalla leggenda che è stato. Ora è costretto a fare di sé stesso spettacolo in uno show itinerante che racconta i miti della frontiera. Nell’attesa che trovi fortuna editoriale, progetto il mio terzo romanzo: tornerò a parlare di IA, ma questa volta darò a loro un corpo. Voglio approfondire il rapporto e il linguaggio tra uomo e macchina.

10. Qual è il romanzo che hai letto e ti ha più colpito emotivamente in quest’ultimo anno?

Ho scoperto “Lonesome Dove” di Larry McMurtry e penso sia la più bella storia di frontiera mai scritta. Amo il genere western e uno dei motivi si nasconde nell’esergo di questo libro: “viviamo ciò che sognarono (i cowboy, ndr) e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo.”
Inoltre ho letto con colpevole ritardo “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, che racconta una storia surreale tanto quanto sincera, le cui verità ti investono a piena velocità. È diventato il mio romanzo italiano preferito.

11. Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

Sono più per i consigli che per gli scoraggiamenti. Abbiamo il privilegio di interrompere una storia se non ci interessa e di leggere i generi che più ci piacciono. Se per esempio qualcuno è affascinato dai temi di cui ho parlato in questa intervista, consiglio “Klara e il sole” di Kazuo Ishiguro, ma soprattutto “Macchine come me” di Ian McEwan.

12. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…

Chi ha avuto la pazienza di leggere l’intervista forse si è chiesto perché io voglia scrivere storie sci-fi e western, generi distanti (anche se trovano una sintesi in Westworld). Chiaramente si tratta dei miei generi preferiti, ma questa è una risposta infantile.

Per me il genere è un’espediente, un filtro, una cornice. La fantascienza è una lente con la quale riesco a guardare il mondo e a pormi domande su cosa significa essere (esseri) umani nel contesto della società in cui viviamo. Il western, invece, è una lente attraverso la quale guardo dentro di me: un deserto sconfinato dominato dal profilo di un eroe, o un villano, pieno di contraddizioni, incapace di mezze misure, in eterno viaggio alla ricerca della sua meta.

Condividi che fa bene

Recensione scritta da

Redazione - Recensione Libro.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.