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Recensione libro Le ragazze invisibili

Nel campo d’accoglienza continuava a sperare che un giorno quel tormento sarebbe finito e qualcuno sarebbe comparso davanti a lei con un grande foglio scritto a mano: Benvenuta.
Recensione libro Le ragazze invisibili

Prezzo: € 18,00

Trama e recensione del thriller Le ragazze invisibili di Henning Mankell

Nel libro Le ragazze invisibili ci confrontiamo con un Henning Mankell più divertito che pensieroso, che adotta toni da commedia per sviluppare una trama meno poliziesca del solito e che sforna un prodotto narrativo comunque elegante.

Ecco un volto inedito del grande giallista svedese, novità dell’ultimo romanzo pubblicato di recente da Marsilio, Le ragazze invisibili, scritto nel 2001 ma tradotto in italiano solo nel 2017 e da qualche mese in libreria (320 pagine 18 euro).

Un Mankell sempre in spolvero, con forti accenti di critica sociale e più di una venatura di umorismo ironico e brillante. Ricordiamo che lo scrittore e regista teatrale, papà del celeberrimo commissario Wallander è morto di cancro a 67 anni, nel 2015, lasciando dietro di sé un genere fiorentissimo, il giallo scandinavo, con numerosi e anche validi eredi.

Stavolta, l’inquieto poliziotto di Ystad non c’entra. Ci sono invece uno scrittore svedese in apnea creativa, senza ispirazione, Jesper Humlin, e tre giovani immigrate, un trio di ragazze di origini diverse ma con un universo interiore tutto da raccontare.

Due di loro si sono rivolte a Humlin per rappresentare il forte desiderio di comunicare e la loro aspirazione suggerisce a Jesper di arruolarle come allieve di un corso di scrittura creativa. La terza è una loro amica, aggregata anche lei nell’officina intellettuale.

“Perché non scrivi un libro su gente come me, che non è nata in questo Paese?” ha chiesto a Humlin la ragazza con la pelle scura e il sorriso stupefacente, Tea-Bag (sì, proprio “cartina da tè”). Se lo è dato al volo, rispondendo a una domanda banalissima per chi non è profugo, “Come ti chiami?”. Ha guardato verso il tavolo e ha scelto il nome su due piedi. È decisamente estrosa e imprevedibile.

“Voglio diventare una scrittrice” ha detto Leyla, la ragazza iraniana. Sotto i vent’anni, piuttosto tonda, è arrivata in Svezia con la famiglia al seguito del fratello che fa boxe.

Tanja è russa. Volto affilato, magrissima, castana, potrà avere venticinque-ventisei anni ma deve averne passate tante nella vita e tutte hanno lasciato un segno. Parla pochissimo, guarda fisso un punto avanti a sé, sempre trasognata.

Jesper Humlin è uno degli scrittori di maggior successo della sua generazione. Ha ricevuto un premio prestigioso, con un appannaggio che gli ha consentito di regalarsi una vacanza al sole e di tornare in una Svezia invernale, più gelida che mai, sfoggiando un’impeccabile abbronzatura uniforme. Il lusso che si concede si deve contemplare anche nel volto. Gli piace apparire, primeggiare, far schiattare d’invidia.

Certo, se poi scrivesse cose interessanti sarebbe meglio… la sua casa editrice è stanca di pubblicare libri che non vendono. Le poesie di Humlin sono noiose. Gli hanno proposto di darsi una scossa, di scrivere un poliziesco. Quelli svedesi vanno molto, giallo e Svezia stanno diventando un binomio di successo, dicono, sono un marchio noir di qualità. Solo thriller e romanzi piccanti superano le 50mila copie alle casse.

Jesper tende alla singletudine, è ipocondriaco, crede di avere tutte le malattie del mondo. Se si pensa a lui come a un tipo bizzarro, non si sbaglia. E dire che la mamma lo supera di gran lunga. A 87 anni ha fondato e dirige una hotline per capelli grigi in cerca di erotismo almeno virtuale. Anziani clienti libidinosi pagano per contattare coetanee spigliate e ansimanti dall’altra parte della linea telefonica. La vedova Humlin esercita insieme a tre “colleghe” (83 anni la più giovane) e sembra goderci tantissimo.

Tanja, Leyla e Tea-Bag esistono davvero, aveva tenuto a precisare Henning Mankell in un brevissimo poscritto, datato settembre 2001. “I loro veri nomi non sono importanti. Le loro storie, invece, sì”.

Si prenda l’avventura della ragazza di colore, il suo esodo attraverso il deserto, il Marocco, il mare e la Spagna, la nazione che l’ha salvata. E reclusa. Tea, la giovane dal grande sorriso è bella ma profuga e “i rifugiati sono soli”, riflette, anche in un grande campo di accoglienza, un mondo alieno, fatto di baracche e tende, docce fredde e latrine sudice.

Attraverso lei, nel libro Le ragazze invisibili, Mankell mostra la tragedia dell’immigrazione in tutta la sua ordinaria durezza. Straordinaria la sensibilità dello scrittore svedese, se si pensa che scriveva quando la pressione migratoria era solo addosso all’Italia ma non sfiorava l’opinione pubblica europea.

Erano gli ultimi giorni del Ventesimo secolo, ha immaginato Tea rinchiusa in un campo profughi nel Sud della Spagna, dopo avere avuto la fortuna d’essere tra i pochi sopravvissuti del barcone marcio salpato dall’Africa.
Cercano libertà, sicurezza, una realtà in cui non esistevano solo paura, fame o disperazione. È vicina la libertà, quando uno scoglio squarcia il barcone e gli scafisti si dileguano sulle scialuppe.

L’Europa ci ha abbandonati ancora prima di mettervi piede, pensa la ragazza disperata, mentre le grida di aiuto si spengono una dopo l’altra, nell’acqua gelida.
Dal campo, al di là della recinzione vede il mare che l’aveva risparmiata, ma null’altro, niente di quello che aveva sognato.

Recensione scritta da Massimo Valenti

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