Kant a Reggio
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Non c’è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro: recensione libro

Un gruppo di quindicenni si ritrova in una piazza al centro di Padova. Metà anni ‘70, stagione di cortei e occupazioni, ma non fanno politica, si muovono in vespa spinti solo dalla voglia di andare.
Tavino
Non c’è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro: recensione libro

Prezzo: € 16,00

Trama, recensione e commento libro Non c’è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro

Un “Come eravamo” all’italiana o forse il paragone giusto è con “Stand by me”, il film di Rob Reiner del 1986. I confronti però lasciano il tempo che trovano, perché Romolo Bugaro ha tanto mestiere narrativo da fare storia (e letteratura) a sé.

Di una gran serie di romanzi, il più recente è Non c’è stata nessuna battaglia, in libreria da marzo 2019 per i tipi Marsilio (casa editrice veneziana, autore padovano, 217 pagine 16 euro).

Trama libro Non c’è stata nessuna battaglia

La trama torna a ritroso nel tempo, inframezzata da salti al 2006-2019 e riporta a un momento magico, ma nemmeno troppo, nella vita di un gruppo di ragazzi, una quarantina d’anni fa.

Bolzano, gennaio 2006. Nick The Best One è avviato verso la separazione. Ne ha fatte troppe a Stefania. Attivando la modalità “donna abbandonata”, ma decisionista come sempre, l’ex studentessa modello del Tito Livio di Padova ha spedito Valentina a Udine per le gare di fioretto e Leo, dieci anni, in montagna, affidato alla sorella salutista ambientalista.

Del parere dell’ormai prossimo ex marito riesce a farne assolutamente a meno. Eppure, dovrebbe far riflettere l’uno e l’altra il momento no del bambino, che si eclissa nel bosco e viene ripreso per un capello dai soccorsi.

Seconda parte trama libro

Padova, giugno 1976. Nella città del Santo ci sono i rossi e ci sono i neri, invece il gruppo dei “ragazzi” non ha colore e credo politico. Ascoltano Emerson Lake & Palmer, fumano tante sigarette da annebbiare gli ambienti, potenziano la Vespa e girano senza marmitte, ammazzando le strade di rumore martellante, come fa il Vecchio Andrea, che arriva puntualmente in ritardo agli appuntamenti con Tod.

E sì che quello ci mette un niente a perdere la pazienza, i suoi pugni hanno dato la scossa a più di un rompiballe (classificato così secondo il suo parere soggettivo).

Gli occhi azzurri di ghiaccio fanno perdere la testa a un mucchio di ragazze, solo che Tod è super selettivo e preferisce stare da solo.

Gli altri sono Nick The Best One, già presentato da adulto e GMT, che ha da poco superato un incidente di moto e da ancora meno la sua Chiara gli ha detto di avere in testa uno di Milano, conosciuto a Favignana l’estate prima. Le ha scritto delle lettere e ha fatto colpo. Si faceva così mezzo secolo fa: busta e francobollo, altro che cellulari e social.

Tutto questo si apprende dal racconto in soggettiva di Nick nel primo capitolo e dallo sviluppo in terza persona singolare del secondo capitolo. Il successivo si apre con la presa diretta dal punto di vista dello scrittore. Interessanti questi smottamenti di prospettiva e sintassi, non è di certo un romanzo stilisticamente piatto.

La manovra

Bugaro tiene a farci sapere che “quelli” sono figli della Bolzano bene, di avvocati, farmacisti, medici, tutti con le coppe dei tornei di tennis sulle mensole e di signore eleganti che sfoggiano occhiali fumè e gonne pantalone firmate o gestiscono boutique, negozi di antiquariato, gioiellerie.

I “ragazzi” sono quattro-cinque grandi amici, ai quali si aggiungono alcuni visitatori dell’uno o dell’altro, incrementando poco a poco il gruppo enormemente. A fare il bello e il cattivo tempo resta sempre però il nucleo originario ristretto, la manciata di ragazzi delle famiglie ricche. Lo spazio antistante i magazzini Upim di Piazza Garibaldi è il punto di ritrovo e di partenza per giri in moto verso mete decise comunque da loro. E gli aggregati li seguono sempre, incredibilmente.

Le ragazze? Sono “vicine e lontane, prevedibili e sconosciute”. Alcune hanno volti incantevoli e corpi desiderabili, altre sono non-rilevanti, non-definite.
Un giorno i figli di avvocati, medici, farmacisti incontrano una Brunetta di nome Monica, Giada o Serena, un paio d’anni più grande di loro, voce roca arrapante, due tette niente male sotto la maglietta. Abita in grandi condomini in periferia, famiglie numerose, stendini col bucato in corridoio. D’estate cerca lavoro in colonia e l’idillio finisce.
“Fa la cameriera? Perché non si limita ad andare a scuola come tutti?”.

Parte conclusiva libro

All’improvviso prendono coscienza dell’enorme differenza tra loro: vite libere dal bisogno contro vite segnate dal bisogno, figli di gente al riparo da tutto e figli di gente che si affanna per tirare avanti.

Mesi dopo, incontrano una ragazza che si chiama Laura, Gaia o Federica. Lei viaggia in sella a una Vespa bianca, studia danza al Comini quattro volte alla settimana e passa il Natale nella casa di Alverà coi genitori, lasciando per qualche giorno l’appartamento di 300 metri quadri in centro del papà ortopedico di fama, ingegnere con interessi in Medio Oriente o ex dirigente di banca diventato consulente finanziario in proprio. Frequentano i licei giusti e quando non fanno danza vanno al maneggio in via Libia, col berrettino da cavallerizza e i pantaloni un po’ larghi qua un po’ attillati là.

Poi arriva la Canova, un terremoto, in questo gruppo di quindicenni. Con Nick The Best One, sempre lui, scatta un colpo di fulmine.

Nel romanzo Non c’è stata nessuna battaglia, la vita di questi protagonisti ha in intenso “allora” ed anche un “durante” e un “adesso”. Tempi derivati dagli atteggiamenti e sentimenti da quindicenni di un altro tempo, “quel” tempo, a metà anni Settanta.

L’Italia intanto è cambiata, si è evoluta, è peggiorata e anche loro sono cambiati. Sono veri? Mi chiedo: sono giusti? Sono realizzati? Erano tanto “str—” da sembrare teneri.

Recensione libro di Massimo Valenti

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